sabato 18 febbraio 2017

Oskar Lafontaine sul pericolo di un'Europa tedesca

Interessante riflessione di Oskar Lafontaine sull'evoluzione dell'egemonia tedesca in Europa e sulle nuove ambizioni militari di Berlino: dopo la moneta unica un ruolo di primo piano nell'integrazione degli eserciti europei. Dal profilo FB di Oskar Lafontaine.


L'Europa tedesca, la nuova nazione guida,

presto avremo l'Europa da cui Thomas Mann ci aveva messo in guardia: l'Europa tedesca. Senza mostrare il minimo imbarazzo, qualche tempo fa i media hanno celebrato Merkel come la nuova regina o imperatrice d'Europa. I fatti: nella politica economica la Germania domina i paesi europei, e l'Euro - per la Germania una moneta troppo debole, per i paesi del sud troppo forte - garantisce la supremazia dell'industria dell'export tedesca in Europa e nel mondo. E quando un paese come la Grecia per un po' di tempo cerca di opporsi alle richieste tedesche, il Feldmaresciallo di Merkel, Wolfgang Schäuble, ci fa sapere la data in cui la sua pazienza finirà: e quel giorno "isch over".

Ora la nazione guida tedesca ha scoperto un nuovo terreno di gioco. La FAZ con un certo orgoglio scrive: "La Bundeswehr sta diventando l'esercito guida all'interno della NATO in Europa". Una brigata della Repubblica Ceca ed una rumena saranno portate sotto il comando di una divisione tedesca, in modo da poter aumentare il potenziale di combattimento congiunto. Le forze armate olandesi hanno dato il buon esempio ed hanno di fatto già subordinato due terzi delle loro unità alle strutture di comando tedesche. Anche con la Polonia sono in corso sforzi analoghi per creare strutture comuni nelle forze armate, trattative che il governo polacco sta portando avanti in silenzio. La FAZ non dimentica di sottolineare che ciò' aprirà "nuove prospettive di business per i produttori di armamenti tedeschi ed europei". Contemporaneamente fra le forze politiche conservatrici e i giornalisti cresce la richiesta di un'arma nucleare tedesca. E naturalmente, almeno cosi' si dice, dovremmo ampliare il bilancio militare per arginare la "minaccia russa", sebbene la Nato spenda in armamenti 13 volte quanto spende la Russia. 

Senza rendersene conto, gli "exportnazionalisti tedeschi" e i sostenitori di un "esercito ancora" tedesco in Europa, stanno lavorando per danneggiare ulteriormente il progetto europeo. Gli europei non vogliono essere governati da Berlino. Thomas Mann aveva ragione: i tedeschi non dovrebbero battersi per "un'Europa tedesca", ma per una "Germania europea".

martedì 14 febbraio 2017

Martin Schulz, l'europeista nazionalista

Schulz l'europeista che risale nei sondaggi ed è in grado di sfidare Merkel e la CDU. Schulz grande speranza per l'Euro e l'Europa, dopo gli anni bui del merkelismo e dell'austerità, saprà rilanciare il progetto europeo? Secondo Taz.de è altamente improbabile, perché la SPD è storicamente piu' vicina agli interessi nazionali che non a quelli europei, e con Schulz non andrà diversamente. Un'analisi di Martin Reeh da Taz.de


La battuta "si è formato un gruppo di lavoro di socialdemocratici all'interno della SPD" nasce ai tempi dell'agenda 2010, oggi probabilmente ha perso un po' di smalto. Ma illustra in maniera abbastanza chiara il problema della SPD: fare una politica sociale perché ci si chiama socialdemocratici non è una cosa ovvia

Perché allora l'opinione pubblica crede che Martin Schulz sia un "europeo purosangue" (FAZ), un "convinto europeista" "(Tagesschau), "un europeo appassionato" ((Wirtschaftswoche), forse solo perché i leader della SPD lo vendono come un "grande europeista" (Frank-Walter Steinmeier)? 

Perché non dovrebbe esserlo?

Per rispondere a questa domanda bisogna andare a scavare un po' nella storia. Nel 1998 - Kohl è ancora Cancelliere, Lafontaine capo della SPD - Ingrid Matthäus-Maier tiene al Bundestag la madre di tutti i discorsi della SPD sull'Euro. All'epoca era portavoce del gruppo SPD sui temi di politica fiscale, e quel giorno parlò in qualità di principale relatore d'opposizione, Ministro delle Finanze era Theo Wagel (CSU).

Dobbiamo spiegare ai cittadini l'Euro in maniera comprensibile, disse lei: "Mi ricordo di un caso nel mio collegio elettorale nel 1994. Pochi giorni dopo la svalutazione della Lira stavo visitando l'acciaieria Klöckner-Mann­staedt. Il morale era a terra. Dobbiamo licenziare personale, mi dicevano. La Lira è andata giu'. Cinque giorni dopo gli italiani avevano cancellato tutti gli ordini a questa acciaieria tedesca. A causa della svalutazione della Lira avrebbero dovuto pagare le fatture in Marchi, per farlo servivano molte piu’ lire di quante non ne sarebbero state necessarie prima. In seguito hanno poi deciso di spostare tutti gli ordini in altri paesi. Questi esempi concreti ci mostrano che le turbolenze valutarie sono pericolose anche per il nostro paese. Per questa ragione l'Euro è una buona cosa, soprattutto per noi". 

Egoismo nazionale

Matthäus-Maier giustificava un progetto europeo con l'egoismo nazionale, sorvolava sul fatto che gli altri paesi avrebbero avuto dei problemi, a differenza della Germania - alla fine del discorso chiedeva un coordinamento delle economie, delle finanze e delle politiche fiscali europee dopo le elezioni del 1998, coordinamento che pero' non è mai arrivato: "Non è possibile che in Europa ci siano ancora dei paradisi fiscali e si pratichi il dumping fiscale su larga scala".

Con l'Agenda 2010, invece, la maggioranza rosso-verde inizia un'aggressione ai modelli economici dei paesi vicini. Piu' tardi con l'Eurocrisi, le profezie di Matthäus-Maier diventano realtà: Italia, Francia e Grecia non possono più' svalutare le loro valute, la Germania ne approfitta. Il sud Europa non riesce ad uscire dalla crisi. 

Pezzi del discorso di Matthäus-Maier si possono trovare ancora oggi fra le paraole dei leader socialdemocratici attuali, anche se con qualche piccola variazione. Il candidato alla cancelleria Schulz parla dell'industria automobilistica, invece dell'acciaio, e ci spiega perché l'Europa deve assolutamente mantenere l'Euro. Secondo Schulz, in una sua intervista del 2012, con la reintroduzione del Marco, "l'industria automobilistica tedesca non dovrebbe piu' avere paura solo dei cinesi, ma anche della Francia e dell'Italia, di Peugeot, Citroën e Fiat". L'Euro ai suoi occhi è un mezzo per proteggere i lavoratori specializzati che votano SPD, dalla concorrenza degli altri paesi europei.

Nella campagna elettorale del 2017 vuole far rivivere le promesse di armonizzazione fiscale europea fatte all'epoca da Matthäus-Meier: "Se il piccolo fornaio paga onestamente le tasse, ma la catena di caffetterie globali parcheggia i suoi utili in un paradiso fiscale, siamo di fronte a una grande ingiustizia. La lotta contro l'evasione fiscale sarà dunque una questione elettorale chiave", ha detto Schulz nella suo discorso inaugurale a Berlino.

Il populismo „Blame your neighbour" 

La SPD è il partito dello Status Quo nella politica europea. Ogni passo indietro nel processo europeo (ad esempio la fine dell’Euro) toccherebbe gli interessi del proprio elettorato, come del resto ogni passo in avanti verso il piu’ Europa (una assicurazione sociale comune, la messa in comune del debito, o le sanzioni per il surplus commerciale elevato). La sola eccezione è l’armonizzazione fiscale: mentre la Germania ha beneficiato dell’Euro, altri paesi come l’Irlanda o l’Olanda ottengono vantaggi dalle basse aliquote fiscali.

Se l'Europa dovesse mantenere l'Euro e unificare la tassazione, la Germania avrebbe un ulteriore vantaggio competitivo. Schulz, che come Matthäus-Maier non parla mai di cio' che le esportazioni tedesche causano all'estero, con la sua campagna sulle imposte sta portando avanti una politica populista del tipo "blame your neighbour".

I cambiamenti politici arrivano raramente da coloro che beneficiano dello status quo. I socialdemocratici hanno ampiamente supportato le politiche di austerità di Merkel e Schäuble. La richiesta di emettere gli Eurobond, e cioè la messa in comune dei debiti, Schulz l’ha sostenuta solo per un breve periodo. Per lui, in ultima analisi, era poco importante, come del resto la richiesta di un vasto programma di investimenti e crescita per tutta l'Europa. Per entrambi i progetti Schulz non ha combattuto in maniera credibile.

3 fasi nella politica europea

Nella politica europea socialdemocratica si possono distinguere a grandi linee 3 fasi: nella prima la SPD ignora completamente le richieste di solidarietà arrivate dai partiti fratelli europei, dalla Francia, dall’Italia e dalla Grecia. Quando nel 2013 si trova a negoziare nuovamente una Grande Coalizione, fra le condizioni per l'accordo non c'è una diversa politica europea. Isolato politicamente, François Hollande lancia un programma economico vicino agli interessi dell'economia, programma che di fatto renderà la sua ricandidatura impossibile. Il Pasok greco si è dissolto. Matteo Renzi si è dimesso.

Quando il centro lascia uno spazio politico libero, sebbene le condizioni siano difficili, altre forze si fanno avanti. Nella seconda fase vincono i partiti alla sinistra dei socialdemocratici. In Grecia, Syrizia conquista il potere nel 2015. Il suo tentativo di bloccare le politiche di austerità finisce durante una lunga notte di negoziati a Bruxelles. Verso i democratico-cristiani come Juncker, Schulz è sempre stato molto cordiale, il governo Tsipras invece percepisce immediatamente la sua ira: "sono stufo", annuncia Schulz. Un'uscita a sinistra dalla crisi dell'Eurozona, dopo l'inchino di Syriza, appare ormai alquanto improbabile.

Nel 2016 inizia la terza fase - i populisti di destra prendono il sopravvento: in Gran Bretagna vincono i sostenitori della Brexit. Nell'Inghilterra del Nord, a causa della migrazione di manodopera dall'est Europa, una parte dei lavoratori vota Si'. Quando i britannici chiedono di mantenere un accesso privilegiato al mercato interno dell'UE, Schulz risponde che la libertà di movimento dei lavoratori non è negoziabile. Per non stravolgere il senso del referendum sulla Brexit, Theresa May annuncia una "Hard Brexit". Promette alle aziende imposte piu' basse e dà vita ad un'alleanza con Trump.

La solidarietà nazionalista con Merkel

Questo è il bilancio nella gestione dell'Eurocrisi della SPD: nessuna alleanza con i socialdemocratici europei, piuttosto la scelta di una solidarietà nazionale con Merkel. Come conseguenza la fine dei governi socialdemocratici in Francia e in Italia. La sconfessione dei partiti a sinistra. Alla fine: aver spinto i britannici verso una "Hard Brexit", e quindi l'annessa minaccia di concorrenza fiscale in Europa e la conseguente alleanza con Trump contro l'UE.

Ma le egemonie non durano all'infinito, come la buona congiuntura tedesca. Il surplus commerciale tedesco negli ultimi tempi è stato messo sotto pressione. In primo luogo grazie ad una politica piu' isolazionista degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Secondo, perchè anche altri paesi potrebbero applicare riforme simili all'Agenda 2010 - ad esempio Emannuel Macron in Francia se dovesse vincere. Terzo, perché potrebbe esserci l'uscita di uno o piu' paesi dall'Euro, nel caso in cui Marine Le Pen dovesse vincere. 

Come reagirebbe la SPD guidata da Martin Schulz? Prendiamo il passato come esempio: in caso di uscita della Francia o dell'Italia, ci sarebbe sicuramente un'espulsione dura. E in politica interna? Schulz ancora oggi sostiene che l'Agenda 2010 "è stata la risposta giusta ad una fase di stagnazione". Vale a dire: se il boom dell'export dovesse fermarsi, i tagli sociali tornerebbero al centro della discussione politica?

Il concetto della SPD è il seguente: se vuoi che per i tuoi elettori le cose vadano bene, allora ai tuoi vicini di casa europei devono andare male. Se la SPD fosse stata veramente pro-europea, avrebbe già da tempo trovato un accordo comune con i suoi partiti fratelli nell'UE: sul salario minimo, sugli investimenti, sulle assicurazioni sociali, sulle tasse, sulle sanzioni per gli eccessi negli avanzi commerciali. Avrebbe spiegato ai suoi elettori che a Volkswagen deve andare un po' peggio, affinché le cose per Fiat e Peugeot possano andare un po' meglio.

Invece, la Germania con l'Agenda 2010 ha esportato la sua crisi economica all'estero. Donald Trump, Theresa May, Emmanuel Macron e Marine Le Pen lavorano affinché la crisi torni di nuovo in Germania.

martedì 7 febbraio 2017

Lettera aperta di Heiner Flassbeck al Presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier

Nachdenkseiten.de pubblica una bellissima lettera aperta di Heiner Flassbeck al futuro Presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier. L'economista scrive al futuro presdente per spiegare quanto potrebbe essere importante il suo ruolo nel cercare di cambiare la narrazione dell'Eurocrisi e nel togliere il vento dalle ali dei partiti nazionalisti di destra, prima che sia troppo tardi. Da Nachdenkseiten.de


Sehr geehrter Herr Steinmeier,

pochi giorni prima della sua elezione a Presidente della Repubblica, vorrei cogliere l'occasione per parlare brevemente del Suo ruolo nella politica tedesca degli ultimi 15 anni e per chiederle in che modo il presidente Frank-Walter Steinmeier intende prendere posizione contro il crescente nazionalismo in Europa.

In un'intervista alla SZ del 27 gennaio ha detto:

"La politica deve dire chiaramente che le risposte non potranno essere sempre piu' semplici se i problemi diventano sempre piu' complessi. Cio' presuppone una fiducia nelle istituzioni democratiche. E queste istituzioni possono essere difese solo se non ci muoviamo in un mondo fantastico in cui la distinzione fra verità e menzogna lentamente tende a scomparire. La democrazia è il quadro all'interno del quale possiamo discutere le nostre controversie. Possiamo discutere sui modi e sulle soluzioni - ma sempre con rispetto reciproco e senza il veleno della menzogna, della diffamazione e della delegittimazione. Non dobbiamo disperare: dove e quando il populismo è stato capace di governare e in grado di mostrare risultati?“

Discutere senza il veleno della menzogna, chi non sarebbe d'accordo? Purtroppo non ha detto nulla su come si possa distinguere fra verità e menzogna e su come ci si dovrebbe comportare quando la verità viene taciuta.

Nella stessa intervista ha anche detto:

"Sono profondamente convinto che l'Europa come progetto di pace, libertà e benessere non sia superato. L'Europa è il nostro futuro, e l'Europa ha un futuro. In nessun altro luogo è possibile mostrare che la cooperazione e la collaborazione non sono giochi a somma zero, ma portano benefici a tutti. Dalle macerie di un'Europa distrutta dalla guerra è sorto uno spazio di meravigliosa diversità, tolleranza senza precedenti e di coesistenza pacifica, del quale possiamo essere solo orgogliosi e che rappresenta un esempio per il mondo intero".

E' davvero possibile dimostrare che la cooperazione europea non è un gioco a somma zero? Prendiamo ad esempio un semplice problema politico che per il futuro dell'Europa ha un'importanza primaria: l'Eurocrisi. Ci sono diverse spiegazioni possibili di questa crisi, che qui non elencherò. Ma una di queste varianti mostra chiaramente che con l'inizio dell'unione monetaria c'è stato un importante gioco a somma zero, un gioco che la Germania ha vinto.

In questa variante, con l'inizio dell'Unione monetaria, la Germania ha immediatamente migliorato la sua competitività grazie alla pressione esercitata dalla politica sui sindacati. I salari sono stati ridotti in maniera significativa. La Germania in questo modo ha violato al ribasso il target di inflazione del 2% concordato con tutti gli altri paesi europei, sebbene fosse lo stesso obiettivo tedesco che tutti gli altri paesi membri si erano dati volontariamente. La Germania ha quindi svalutato in termini reali, mentre i paesi vicini non si aspettavano o forse non avevano capito la strategia di svalutazione tedesca. Le istituzioni preposte non hanno saputo monitorare l’unione monetaria.

La Germania grazie a questo vantaggio competitivo è riuscita ad aumentare in maniera massiccia le sue esportazioni, raggiungendo un enorme surplus delle partite correnti e riducendo nel corso degli anni il proprio livello di disoccupazione. La Francia, di gran lunga il paese che più' si è attenuto agli obiettivi di inflazione della BCE, deve fare i conti con una disoccupazione crescente. Lei conosce molto bene questa analisi perché era presente quando qualche anno fà ho avuto la possibilità di presentarla al Segretario del partito Sigmar Gabriel.

Qui non si tratta di stabilire se la mia interpretazione delle cause sia giusta o sbagliata. Piuttosto, se la politica tedesca si rifiutasse di discutere questa spiegazione della crisi, non ci troveremmo di fronte alla scomparsa di ogni differenza fra menzogna e verità? La vera domanda dovrebbe quindi essere: coloro che consapevolmente si rifiutano di discutere questa analisi devono essere considerati dei bugiardi oppure semplicemente dei disonesti? Ormai se ne parla apertamente in tutta Europa. Nel mondo anglosassone questa spiegazione appartiene da tempo alla comprensione standard della crisi, in Italia e in Francia sempre piu’ persone ne sono consapevoli e ciò' genera sempre più’ odio nei confronti della Germania. La Commissione Europea ormai ha ampiamente accettato questa spiegazione, fatto che si riflette nelle crescenti critiche verso i giganteschi avanzi commerciali tedeschi.

In Germania invece non se ne parla. La politica fa finta che questa spiegazione non esista, i media ne parlano solo brevemente e di passaggio, magari quando all'estero sale la tensione, spesso viene descritta come un'ipotesi stravagante. Ma il silenzio puo' essere molto rumoroso, quando viene tirata via la tenda della menzogna collettiva. 

Un classico esempio lo ha offerto il Ministro dell'Economia uscente la scorsa settimana. Ha avuto 25 minuti di tempo per presentare al Bundestag la relazione economica annuale sul 2017. Ha elogiato in dettaglio i risultati dell'ultima legislatura, la descrizione della buona situazione economica ha occupato una lunga parte del discorso, in particolar modo la bassa disoccupazione e l'elevato tasso di occupazione. La situazione degli altri paesi europei è stata toccata a malapena, solo una volta, in una frase il Ministro ha parlato dell'avanzo delle partite correnti tedesche, previsto in ribasso nel 2017, fatto che dovrebbe rallegrare la Commissione Europea (un segnale che forse la Commissione potrebbe aprire una procedura di infrazione contro la Germania a causa degli avanzi commerciali).

Il riferimento alla Commissione è interessante perché dimostra che il Ministro dell'Economia sa bene quanto le eccedenze tedesche in Europa siano viste in maniera critica. Se ne è consapevole, perché non ne parla, e si comporta come se la Commissione potesse essere ignorata, passando rapidamente all'argomento successivo? Non siamo forse al punto in cui la distinzione fra menzogna e verità è già scomparsa? Se io so molto bene che il mio comportamento è oggetto di aspre critiche da parte dei miei vicini, ma mi rifiuto anche solo di parlarne, siamo di fronte a una menzogna o a disonestà? Se io violo le regole stabilite di comune accordo, pero' allo stesso tempo esorto costantemente gli altri a rispettare le regole, che cosa è questo: faccia tosta o sfacciataggine?

Se io sono potente ma mi rifiuto di parlare del mio comportamento discutibile, che cosa è allora? Abuso di potere oppure un ricatto verso i meno potenti da parte dei potenti? Se io poi in pubblico nego questo problema in modo da non turbare i cittadini, di cosa si tratta? Sviamento dell'opinione pubblica, disonestà oppure bugia? Se non affronto con argomenti validi un partito nazionalista, magari ammettendo le responsabilità tedesche, secondo il quale gli altri europei sono da biasimare per la crisi dell'Euro e sempre secondo il quale i tedeschi saranno costretti a pagare per gli errori dei vicini, a cosa siamo di fronte: viltà, stupidità oppure auto-inganno?

Come Presidente della Repubblica, sehr geehrter Frank-Walter Steinmeier, molto probabilmente lei vorrà essere di esempio per la gioventù' tedesca incoraggiandola a non evitare le domande scomode. Intende quindi esortare la SPD a rinnovare la sua responsabilità europea affrontando una discussione aperta con i giovani su questo tema, in modo da togliere il vento nazionalista dell'arroganza dalle ali dei partiti di destra?

Quando l'Agenda 2010 ha compiuto 10 anni, lei ha festeggiato l'anniversario insieme agli altri responsabili, sottolineando l'ottimo stato dell'economia tedesca e l'importante ruolo svolto dalle politiche dell'Agenda. All'epoca tuttavia si era dimenticato di menzionare che per gli altri paesi le cose non vanno troppo bene proprio a causa delle politiche dell'Agenda: ad esempio Francia e Italia dall'inizio dell'unione monetaria hanno perso quote di commercio con l'estero, mentre la Germania ne ha guadagnate. In questo caso il "partenariato" è stato chiaramente un gioco a somma zero. Lei pero' tace sull'argomento, sebbene il futuro dell'Europa sia in dubbio.

Come Ministro degli Esteri è rimasto in silenzio quando il suo collega Schäuble ha costretto la Grecia ad accettare una politica insensata, e come tutti oggi ormai dovrebbero sapere, disastrosa nelle conseguenze. In qualità di Presidente della Repubblica, al di là dei vincoli di appartenenza politica, intende lanciare un segno di riconciliazione scusandosi con il popolo francese, italiano e greco?

Come vede, sehr geehrter Herr Steinmeier, è una cosa complicata quella della menzogna e della verità. Nulla è semplicemente nero o bianco, le tonalità di grigio sono sempre decisive. Un Presidente della Repubblica che fa solo prediche ce l'avevamo già. Lei arriva dal cuore della politica degli ultimi 20 anni, lei ha avuto delle importanti responsabilità. Lei puo' smuovere quello che gli altri nella stessa posizione non potevano muovere. Le crederanno, se dovesse ammettere che all'inizio degli anni 2000 non aveva realmente capito gli effetti devastanti che, politiche pensate solo per la Germania, hanno poi avuto sul resto d'Europa. Con un solo colpo potrebbe dare nuovo slancio ad una traballante Europa e togliere ai nemici di destra dell'Europa, in patria e all'estero, il loro argomento principale. 

Le auguro successo nel suo nuovo ufficio e le invio i miei migliori saluti. 

Heiner Flassbeck

sabato 4 febbraio 2017

L'egemonia a metà

Hans Kundnani, grande esperto di politica internazionale britannico, in una bellissima intervista a Taz.de ci parla dell'arroganza tedesca, della politica europea della SPD, delle similitudini fra il 2016 e il 1871 e dell'egemonia tedesca in Europa. Da Taz.de



Taz: Herr Kundnani, Angela Merkel è il candidato alla Cancelleria per la CDU-CSU. La Germania sembra un'isola di stabilità, forse solo perché la Cancelliera è la causa del caos all'estero, ad esempio in Italia o in Grecia? 

Hans Kundnani: c'è qualcosa di vero in questo. L'euroscetticismo in Europa è come un gioco a somma zero. Se volessimo cambiare le politiche europee per far arretrare l'euroscetticismo in Francia e in Italia, ad esempio con una condivisione del debito, in Germania crescerebbe.

Taz: nella SPD si è discusso a lungo se Martin Schulz doveva essere o meno il candidato alla Cancelleria. Nessuno pero' si è chiesto quali sarebbero le implicazioni per le politiche europee se Schulz dovesse diventare Cancelliere. Viene venduto come il grande europeista. 

Kundnani: non vedo una grande differenza fra lui e Gabriel, per quanto riguarda l'Europa. E non vedo nemmeno una grande differenza fra SPD e CDU, sempre in merito alle politiche europee. Sin dall'inizio dell'eurocrisi, le politiche europee della SPD sono state una delle piu' grandi delusioni. Nel 2010 Steinmeier e Steinbrück avevano parlato pubblicamente di una messa in comune del debito. Ma poi si sono resi conto: la paura di una unione di trasferimento in Germania è cosi' grande che per ragioni di Realpolitik non è possibile sostenere una simile posizione.

Taz: Schulz sostiene una "unione piu' profonda fra stati sovrani" - è un modo diverso di riformulare il piu' Europa.

Kundnani:  una delle mie maggiori frustrazioni è che nel dibattito tedesco sull'Europa domini questo pensiero lineare: o si è per il piu' Europa oppure per il meno Europa. Io in Germania vedo pero' un "europeismo pro-tedesco". Cioè: la Germania è pro-europea, nel senso che chiede un'Europa tedesca. Si è disposti a compiere ulteriori passi verso l'integrazione, ma solo secondo il modello tedesco. Il miglior esempio è lo Schuldenbremse (pareggio di bilancio aggiustato per il ciclo economico). In Germania lo ha introdotto Steinbrück nel 2009, prima dell'inizio dell'Eurocrisi, in seguito è stato imposto agli altri paesi europei.

Taz: la narrazione più' diffusa nel sud-Europa è quella dell'egemonia tedesca dall'inzio dell'Eurocrisi. Lei dice invece, la situazione è molto piu' complessa: quella della Germania è solo un'egemonia a metà - ci troviamo quindi in una situazione simile a quella successiva alla fondazione del Reich nel 1871. Come si spiega?

Kundnani:  con tutte le dovute differenze fra l'impero e la situazione attuale, la similitudine prima di tutto ha a che fare con la geografia. La Germania è piu' meno nella posizione in cui si trovava allora, e dalla riunificazione ha piu' o meno le stesse dimensioni che aveva allora. La Germania è di nuovo il centro d'Europa. Durante la guerra fredda era al confine fra est e ovest. Sempre che la geografia abbia ancora un ruolo...

Taz: non c'è piu' una minoranza tedesca all'estero da riportare a casa all'interno del Reich. E se l'Austria appartiene o meno alla Germania, non sembra essere poi cosi' importante.

Kundnani:  io non credo che la questione tedesca possa essere espressa in un solo modo. Ai tempi del Reich la questione tedesca era prima di tutto una questione geopolitica, ora è una questione geo-economica. La potenza tedesca crea in Europa un'instabilità simile a quella che allora causava il Reich con la sua potenza militare. E la questione tedesca e quella europea sono ancora strettamente collegate fra loro. 

Taz: lei dice, la Germania non è abbastanza grande per imporre la pace economica in Europa, e cioè farsi carico dei debiti degli altri paesi, ma da un altro punto di vista, è sufficientemente grande da dominare il continente con i suoi interessi economici.

Kundnani:  si', è troppo grande per una qualche forma di equilibrio, ma troppo piccola per l'egemonia. Dopo il 1871 l'egemonia voleva dire essere in grado di battere militarmente tutte le altre grandi potenze europee. Ora invece si tratta di imporre in maniera brutale la propria volontà in tutta Europa, oppure di farsi carico dei problemi europei. L'Eurocrisi ha mostrato che la Germania non è stata in grado di farlo. La Germania, ad esempio, non è riuscita ad imporre i suoi interessi contro Mario Draghi e contro la sua politica dei tassi a zero. La Germania non puo' essere un buon egemone...

Taz: un po' come gli Stati Uniti in Europa dopo il 1945.

Kundnani: ...e cioè consentire una messa in comune del debito, tollerare una moderata inflazione oppure pagare dei trasferimenti fiscali permanenti - tutte quelle cose che potrebbero tenere unita l'UE. Per entrambe le varianti dell'egemonia, quella brutale e quella piu' soft, bisogna disporre delle risorse. Nella tradizionale questione tedesca si trattava di risorse militari per poter battere le altre grandi potenze militari. 

Taz: il tentativo è fallito 2 volte.

Kundnani: non c'è da stupirsi. Ma ora la Germania non ha le risorse economiche per una politica di egemonia. In questo senso io difendo i tedeschi dalle critiche anglosassoni, tipo quelle di Paul Krugman, che dice piu' o meno: i tedeschi non hanno capito nulla di come funziona l'economia.

Taz: la sua toeria sull'egemonia tedesca a metà è ancora valida anche dopo il Brexit e la crisi dei migranti? Se Marine Le Pen dovesse diventare il presidente francese, la Germania sarebbe di nuovo isolata invece di essere semi-egemonica.

Kundnani: l'uno non esclude l'altro. Sarebbe tipico per la storia tedesca: la posizione di egemonia a metà porta prima o poi all'isolamento e poi all'accerchiamento. Solo un egemone completo non puo' essere isolato.

Taz: se la politica europea tedesca ha un fondamento razionale, come si esce dalla crisi attuale? Lei diffonde fatalismo.

Kundnani: io guardo alla crisi europea e vedo che il ruolo tedesco è alquanto tragico. Non c'è una soluzione facile - e per questo io sono alquano pessimista sul futuro europeo. Al di là della situazione oggettiva in cui ci troviamo c'è anche un secondo parallelo con la storia tedesca: lo stato d'animo successivo all'unità tedesca del 1871.

Taz: lei si riferisce all'arroganza tedesca.

Kundnani: si' al trionfalismo - al senso della misssione: la Germania in Europa sente di avere una missione, guidare gli altri sulla retta via.

Taz: la politica tedesca nella crisi dei rifugiati è stata troppo trionfale?

Kundnani: no, alla fine non c'era alcun motivo per esserlo: la Germania non è stata in grado di imporre la sua posizione. Tuttavia vi troviamo l'elemento centrale della missione. Quello che unisce entrambe le crisi, è la tendenza tedesca a pensare: noi sappiamo come agire in modo corretto - gli altri in Europa semplicemente non riescono a capirlo

Taz: le élite tedesche oggi sono internazionali come non lo erano mai state fino ad ora. Nonostante cio' pensano tedesco. Perché non prendono in considerazione le opinioni degli altri?

Kundnani: nel dibattito tedesco c'è uno strano mix fra provincialismo e internazionalismo. Dall'inizio dell'Eurocrisi la Germania si preoccupa meno delle critiche che arrivano dall'estero. Prima i tedeschi erano ipersensibili in materia di critiche dall'estero, soprattutto se arrivavano dalla Gran Bretagna, dagli Stati Uniti o dalla Francia. I tedeschi avevano bisogno di conferme...

Taz:...di non aver fatto errori dopo il 1945?

Kundnani: è stata la mia impressione, come britannico. All'epoca ci si auspicava che i tedeschi diventassero solo un po' più' fiduciosi e che non prestassero troppa attenzione a quello che gli altri dicevano di loro. Ora siamo nella situazione opposta. Probabilmente è iniziato tutto con la guerra in Irak, dopo la quale i tedeschi hanno pensato: noi lo sapevamo. 

Taz: l'asse franco-tedesco si è spezzato, nonostante sulla guerra in Irak entrambi i paesi avessero la stessa opinione.

Kundnani: si', è vero. Mi spaventa il modo in cui a Berlino dall'inizio della crisi Euro si parla della Francia.

Taz: ad esempio?

Kundnani: non voglio fare qui nessuna citazione diretta, ma alcuni funzionari tedeschi di alto livello, oppure i membri di qualche influente Think-Tank, parlano dei francesi con un certo disprezzo: li trovano ridicoli oppure semplicemente stupidi. I francesi non avrebbero alcuna idea e per questo devono essere messi in riga.

Taz: lei scrive che fino al 1914 quella tedesca è stata un'egemonia solo a metà, per questo è stato possibile creare delle alleanze contro il Reich. Nella situazione attuale pero', già da molto tempo Francia e Italia avrebbero potuto unirsi contro la Germania per difendere i loro interessi.

Kundnani: la lezione della storia è ambigua. E cioè: queste coalizioni sono necessarie - oppure queste coalizioni portano alla guerra? Se prendiamo in considerazione la classica questione tedesca...

Taz: la Germania ha perso le guerre a causa di coalizioni anti-tedesche?

Kundnani: sul tema delle coalizioni anti-tedesche c'è molta divisione. Anche i francesi, gli italiani e gli spagnoli le temono. Anche io, e credo che le coalizioni anti-tedesche distruggerebbero l'Europa. Io vedo pero' una pressione strutturale verso la costruzione di una coalizione - e comunque avrei preferito che a costruire la coalizione anti-tedesca fossero stati Renzi e Hollande, piuttosto che il Movimento 5 Stelle e Le Pen

Taz: che cosa è cambiato con l'elezione di Trump?

Kundnani: è' sorprendente il modo in cui dopo le elezioni americane si parla di "Merkel come il vero leader del mondo libero". L'idea che la Germania possa sostituire gli Stati Uniti è ridicola. Primo perché gli USA sono un potere globale, la Germania al massimo è una potenza regionale. Secondo perché l'espressione "leader del mondo libero" durante la guerra fredda aveva senso solo perché gli Stati Uniti erano pronti ad impiegare il loro potere militare per difendere la democrazia. La Germania ha poco potere militare.

Taz: ci si riferisce piu' che altro ad una leadership morale tedesca.

Kundnani: dubito che Merkel possa svolgere questo ruolo. Proprio perché la Germania negli ultimi 6 anni ha imposto una politica brutale nell'Eurozona. Indipendentemente dal fatto che fosse giusta o sbagliata, credo che la leadership tedesca non possa essere riconosciuta in Europa. Trump tuttavia solleva una nuova domanda in merito al ruolo di egemone a metà della Germania. Non sappiamo se la garanzia di sicurezza americana resterà invariata anche per la Germania. Si tratta probabilmente di un game-changer. La Germania ne esce indebolita, perchè non è una potenza nucleare. E la Francia al contrario sembra piu' forte.

Taz: l'economista americano Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro scrive che il piu' grande rischio per l'Europa è il „muddling through“, e cioe' tirare a campare invece di decidersi per il piu' o il meno Europa.

Kundnani: sono d'accordo. Si immagini cosa accadrebbe se il Front National  dovesse veramente prendere il potere in Francia.  Per eliminare davvero questo pericolo in Europa avremmo bisogno di una politica radicalmente diversa, una politica per la crescita e l'occupazione. Ma i tedeschi non possono e non intendono avviare una politica economica diversa in Europa.



mercoledì 1 febbraio 2017

Il risparmio privato dei tedeschi è fra i più bassi d'Europa

Ottima traduzione appena ricevuta da Claudio. Marcel Fratzscher economista e direttore del prestigioso Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung, analizzando i dati pubblicati dalla BCE, su Die Zeit ci spiega le ragioni delle grandi diseguaglianze nella distribuzione dei patrimoni tra le famiglie tedesche. Alla favola della Germania ricca e felice, in piena occupazione e con alti stipendi non crede piu' nessuno. Da zeit.de. 


La Germania è il Paese europeo dove si registra la maggiore disparità nella ripartizione del patrimonio privato e nemmeno lo stato sociale riesce a compensare questa stortura: è giunta l'ora di politiche più eque.

A Natale la BCE ha portato ai Tedeschi una cattiva notizia: secondo un recentissimo censimento la Germania possiede il triste primato della disparità più accentuata dell'Eurozona per ciò che riguarda la ripartizione del patrimonio privato. Il problema non è tanto che in nessun altro Paese il 10% più ricco possiede quanto in Germania; il vero dato scioccante è che circa il 40% dei Tedeschi non possiede praticamente nulla: dispone a malapena di qualche risparmio su cui fare affidamento in vecchiaia, con cui stipulare un'assicurazione sanitaria o da investire nell'educazione dei propri figli. L'ingente sproporzione del patrimonio privato è già in questo momento alla base di conflitti sociali che negli anni a venire si acuiranno ulteriormente. 

Le cifre provenienti dalla BCE non sono certe confortanti. Nonostante il reddito medio dei Tedeschi risulti tra i più alti d'Europa, il patrimonio medio risulta decisamente modesto. Il bilancio medio tedesco – ossia che si situa in posizione esattamente intermedia tra una metà più ricca e un'altra più povera – consiste di 60.000 € di patrimonio netto (depositi, azioni, immobili, polizze assicurative ma anche auto e masserizie, al netto dei debiti) contro gli oltre 100.000 € di molti altri Paesi europei, tra cui Spagna e Italia dove è addirittura più del doppio.


Il 40% più povero non possiede praticamente nulla


Ciò non significa che in Germania ci sia meno risparmio privato in assoluto, bensì che questo è ripartito in modo sproporzionato. Il 10% più ricco ne possiede il 60% mentre il 40% più povero deve accontentarsi di meno dell'1% del patrimonio privato totale. Dal 2010, ossia da quando la BCE ha effettuato per la prima volta tali rilevamenti, questa disparità è perfino aumentata e, di conseguenza, il patrimonio delle fasce più deboli ha registrato una contrazione.


Alcuni politici e alcuni economisti affermano che il livello di armonia sociale in Germania è molto alto, che questa disparità è normale e che non rappresenta affatto un problema. Facendo ricorso a tre argomenti provano a liquidare come apparentemente irrilevante la questione della disuguaglianza: il più diffuso di questi fa leva sul presupposto che i Tedeschi non avrebbero bisogno del risparmio privato dal momento che dispongono già di un generoso Stato sociale, il quale, oltre a garantire loro una sicura pensione, li tutela in caso di difficoltà. 


Lo Stato sociale non può compensare la disuguaglianza


Lo Stato sociale non può però supplire completamente alla mancanza di risparmio, né potrà mai farlo. La promessa di una cospicua pensione non è di alcun aiuto ad una madre di 35 anni che si vede costretta a crescere i figli da sola, nel momento in cui bisogna provvedere alle spese per l'educazione o è necessario comprare una nuova auto. 

Cionondimeno è piuttosto spiacevole che sempre più Tedeschi in vecchiaia dipendano finanziariamente quasi esclusivamente dallo Stato. Un tasso di sostituzione del 48% dello stipendio medio comporta già oggi una considerevole riduzione degli standard di vita di un pensionato. Considerando che il livello delle pensioni è destinato a diminuire, molti guardano come un successo se fino al 2030 l'abbassamento si arresterà ai 45 punti percentuali (rispetto ai 43 finora previsti).

In breve, per quasi metà dei Tedeschi lo Stato sociale non può sopperire nemmeno lontanamente al mancato risparmio privato.


Chi non ha nulla non può trarre giovamento dai bassi tassi d'interesse


Altrettanto errata è la recriminazione di quanti vedono nei bassi tassi d'interesse la causa fondamentale dell'esiguo risparmio privato in Germania. Il 40% dei Tedeschi non è assolutamente nella condizione di accantonare risparmi dallo stipendio mensile. Per chi non possiede delle riserve sul proprio conto è del tutto indifferente se gli interessi sono del 10% o dello 0%.

La terza argomentazione con cui si prova a relativizzare la questione della disuguaglianza è rappresentata dalla constatazione che il risparmio privato più alto negli altri Paesi europei dipenderebbe sostanzialmente dal maggiore tasso di case di proprietà (85%) che in Germania, il “Paese degli affittuari”, è fermo al 44%. In effetti il patrimonio immobiliare ammonta a circa la metà del patrimonio privato complessivo in Europa. Attualmente i Tedeschi stanno sperimentando sulla propria pelle quanto sia faticoso far fronte ai continui rincari degli affitti. Inoltre viene a mancare una forma di assicurazione per la vecchiaia: l'acquisto di una casa di proprietà rappresenterebbe per molti, se non per tutti, un modo assennato per cautelarsi e per iniziare a disporre di un proprio capitale privato.


Chi ha guadagnato poco ora non ottiene nulla in più


Com'è possibile che in un Paese ricco come la Germania così tante persone possiedono così poco? Il motivo principale risiede nella disparità dei redditi, la cui forbice negli ultimi 30 anni si è notevolmente ampliata. Negli ultimi due decenni il 40% dei lavoratori a basso reddito ha dovuto perfino sopportare una diminuzione del proprio salario reale. Quando i redditi ristagnano o addirittura si riducono la prima cosa che generalmente si fa è salvaguardare il proprio standard di vita, limitando però le possibilità di risparmio o di accumulazione di capitale. 

Altrettanto importante è il sistema fiscale tedesco. In quasi nessun altro Paese industrializzato lo Stato tassa così poco i patrimoni e, al contrario, in modo così gravoso i redditi da lavoro. E quando i patrimoni vengono tassati i ricchi spesso la fanno franca. Un esempio calzante è rappresentato dalla tassa di successione: chi eredita più di 20 milioni di Euro paga all'incirca l'1%; coloro che invece ereditano un patrimonio ben più modesto pagano il 10% o anche di più.


I ricchi sono più istruiti ed ereditano molto


Un terzo motivo che spiega la forte disuguaglianza dei patrimoni privati in Germania è l'esiguo livello di pari opportunità e la ristretta mobilità sociale. I bambini che provengono da famiglie socialmente ed economicamente disagiate conseguono il più delle volte un diploma di basso livello, dispongono di un reddito limitato ed ereditano poco o niente. Al contrario i bambini che provengono da famiglie benestanti ricevono di norma un livello di istruzione elevato, hanno stipendi alti ed inoltre ereditano molto; i beni ereditati costituiscono quasi la metà del patrimonio complessivo di coloro che hanno accesso ad un'eredità. 

Ciò significa che i ricchi diventano sempre più ricchi e che per i poveri si fa sempre più difficile raggiungere l'ascensore sociale tramite una buona istruzione e un robusto salario. La forte disuguaglianza dei patrimoni privati non comporta unicamente che quasi la metà dei Tedeschi è fortemente dipendente dallo Stato sociale, bensì riduce anche l'uguaglianza di prospettive e la mobilità sociale, congelando con ciò le strutture vigenti.


È finalmente giunta l'ora di tenere conto dei più deboli


La grande sproporzione del patrimonio privato in Germania non è il frutto di un'economia sociale di mercato funzionante, bensì rappresenta innanzitutto il fallimento della politica tedesca dal punto di vista sociale ed economico. Alcuni politici provano a strumentalizzare il tema della disuguaglianza, sostenendo il principio secondo cui è possibile aiutare i poveri soltanto a patto di sottrarre qualcosa ai ricchi. Questo è un errore fatale. Non si può rimediare alla mancanza di pari opportunità evocando più ridistribuzione.

L'obiettivo primario per la politica dovrebbero essere un miglior sistema educativo e un corretto sistema fiscale in cui le famiglie in difficoltà, invece di essere penalizzate, possano ricevere un supporto maggiore. Ciò richiede delle politiche che, sia nell'ambito del mercato del lavoro quanto in quello della formazione, tengano conto degli interessi dei più deboli, in modo da ridurre anche il divario nelle retribuzioni. È anche necessario che la politica aiuti più di quanto fatto finora le persone prive di averi a risparmiare per crearsi un proprio patrimonio. Solo in questo modo sarà possibile disinnescare stabilmente la miccia sociale rappresentata dalla disuguaglianza economica.



martedì 31 gennaio 2017

Le nuove ambizioni egemoniche di Berlino dopo l'elezione di Trump

Quale sarà il ruolo della Germania durante la presidenza Trump? Secondo German Foreign Policy le élite tedesche e i media mainstream vedono in Merkel la sola forza capace di opporsi all'avanzata di Trump: probabilmente resteranno delusi. Da German Foreign Policy


Il governo federale tedesco dovrebbe schierare "l'UE per riuscire a contrastare Donald Trump" e in questo modo diventare "il salvatore del mondo libero". E' questo l'invito che arriva al governo federale dai principali media tedeschi. Per Berlino è arrivato il momento "di diventare il paese leader" nell'UE e assicurarsi la "fedeltà" degli altri stati membri. La Germania deve assumersi "la responsabilità della leadership", scrive Die Zeit. La Repubblica Federale sarebbe "l'ultima grande potenza europea", scrive Die Welt, lanciando una frecciata alla Francia, paese che nella lotta di potere di questi ultimi anni non è stato in grado di tenere il passo con la Germania e per questo ha perso molta della sua influenza. Gli osservatori non tedeschi, tuttavia, mettono in dubbio le ambizioni tedesche di leadership. Nella capitale regnano "trionfalismo e il senso di avere una missione da compiere", racconta Hans Kundnani, esperto di politica estera con una lunga esperienza alle spalle; a Berlino si è diffusa la convinzione di "avere una missione in Europa, quella di guidare gli altri sulla retta via". Nella capitale tedesca si parla molto anche della Francia: i francesi, così si dice, "devono essere messi in riga". Il governo federale nel frattempo lancia un appello per una politica militare comune "e per un'azione congiunta" contro la Russia e contro la nuova amministrazione americana. 

Salvatori del mondo libero

Il dibattito tedesco sulla posizione geopolitica di Berlino dopo l’inizio della presidenza Trump è caratterizzato da aperte ambizioni egemoniche. Il governo federale, subito dopo le elezioni americane dell’8 novembre, ha iniziato a profilarsi sulla scena internazionale come forza in grado di contrastare il vincitore delle presidenziali, in modo da poter radunare dietro di sé i numerosi avversari di Trump; la Cancelliera Merkel, nella sua prima dichiarazione dopo le elezioni americane, ha parlato di una futura cooperazione transatlantica, possibile pero' solo se sottoposta a determinate condizioni – cercando in questo modo di profilarsi sin dall'inizio come l’antagonista liberale di Trump.[1] I politici di governo, gli esperti di politica estera e i commentatori sui media main-stream hanno rilanciato l’idea [2]; il settimanale Die Zeit, un tempo considerato di ispirazione liberal, titolava su Merkel: “leader del mondo libero? Si, certo!” La Cancelliera, è scritto nell'articolo, potrebbe addirittura “diventare la nuova salvatrice del mondo libero”.[3] Con l’avvio della presidenza Trump, i principali media tedeschi descrivono Merkel come “la vera antagonista del presidente americano”: Die Welt [4] scrive addirittura che ha il potenziale “per diventare il leader dell’occidente libero”.

“L’ultima grande potenza europea”

L’interventismo in ambito geopolitico di una parte delle élite tedesche fa da corollario alla frequente esibizione di supremazia di Berlino all'interno dell’UE. Se l’UE “dovesse trasformarsi in una forza antagonista di Donald Trump”, sarebbe “un importante presupposto per un ruolo di primo piano della Repubblica Federale”, scrive Theo Sommer, ex direttore dell’edizione settimanale di Die Zeit: la Germania ora ha “la responsabilità della leadership".[5] Per questo “Berlino deve assicurarsi la fedeltà dei partner europei”. Continua Sommer, abbiamo bisogno di una "nuova narrativa della fondazione" per l'UE, "un'idea convincente per il futuro": "chi altro potrebbe darcela se non Angela Merkel?". Proprio di recente il Presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Wolfgang Ischinger, ha parlato della Repubblica Federale come il "il potere centrale" dell'UE descrivendo il nuovo ruolo egemonico di Berlino. [6] Die Welt scrive addirittura che la Germania è "l'ultima grande potenza europea" [7] -  un colpo basso prima di tutto alla Francia, che nella lotta per il potere con Berlino non è riuscita a tenere testa ed è quindi scivolata in secondo piano.

Il senso della missione tedesca

Da molto tempo ormai gli osservatori non tedeschi criticano le ambizioni egemoniche dell'establishment tedesco. Cosi' il britannico Hans Kundnani che da molti anni lavora a Berlino come Senior Transatlantic Fellow per il German Marshall Fund of the United States (GMFUS) fa un parallelo con l'atmosfera "successiva alla riunificazione tedesca del 1871".[9] Kundnani in un'intervista a Taz.de parla  "del trionfalismo e del senso di una missione da compiere" che si respirano nella capitale tedesca: è diffusa la convinzione "che la Germania abbia in Europa una missione, guidare gli altri sulla retta via". C'è una "tendenza tedesca a pensare: solo noi sappiamo come agire in modo corretto - gli altri in Europa semplicemente non sono in grado di capirlo". Questo atteggiamento è evidente nei rapporti con Parigi. "Mi spaventa il modo in cui, fin dall'inizio della crisi Euro, a Berlino si parla della Francia", dice Kundnani: "alcuni funzionari tedeschi di alto livello oppure i collaboratori di qualche Think-Tank parlano dei francesi con un certo disprezzo: li trovano ridicoli o addirittura stupidi". E' molto diffusa l'opinione: "i francesi non hanno capito nulla e devono essere messi in riga".

La coalizione anti-tedesca

Kundnani tuttavia dubita che alla fine Berlino nel lungo periodo riuscirà ad imporre la sua egemonia nell'UE. Il governo federale con i suoi diktat sull'austerità "negli ultimi 6 anni ha imposto all'interno della zona Euro una politica brutale"; per questa ragione la "leadership tedesca" nell'UE incontra una certa resistenza. In Europa c'è "una pressione strutturale per la creazione di una coalizione antagonista nei confronti dell'egemonia tedesca". Sul "tema della coalizione anti-tedesca, tuttavia, in Europa sono ancora molto divisi": "anche i francesi, gli italiani e gli spagnoli la temono" - perché "eventuali coalizioni anti-tedesche" potrebbero "distruggere l'Europa".[10] Di fatto fino ad ora Berlino è riuscita a superare i tentativi di costruire un simile contro-potere.

Lamentele ingiuste

Per prevenire eventuali nuovi tentativi di creare un contro-potere anti-tedesco, il presidente del Deutsches Instituts für Wirtschaftsforschung (DIW) Marcel Fratzscher ha recentemente pubblicato un appello. Sicuramente in "Europa ci sono sempre più' rimostranze nei confronti della Germania", ammette candidamente Fratzscher. Tuttavia molto spesso si tratterebbe di lamentele "ingiuste" oppure "dettate dai propri interessi".[11] "Col senno di poi è sempre facile trovare errori nella leadership e criticare gli altri"; mentre la Cancelliera Merkel ha sempre mostrato "una straordinaria tolleranza, apertura e lungimiranza". Per questo "gli altri governi europei dovrebbero smettere di prendersela con la Germania, solo per distogliere l'attenzione dalle proprie debolezze", chiede l'economista.

[1] S. dazu Ein wesentlicher Teil des Westens.
[2] S. dazu Der Trump-Impuls und Make Europe great again.
[3] Robert Misik: Anführerin der freien Welt? Aber klar doch! www.zeit.de 21.11.2016.
[4] Robin Alexander: Mit dieser Strategie will Merkel Trump beikommen. www.welt.de 19.01.2017.
[5] Theo Sommer: Angela Merkel hat das Wort. www.zeit.de 24.01.2017.
[6] S. dazu Die Stunde der Europäer.
[7] Daniel Friedrich Sturm: Mit Sigmar Gabriel geht es nicht. www.welt.de 23.01.2017.
[8] S. dazu Die Abkopplung Frankreichs und Auf dem Weg in die Zweite Liga.
[9], [10] Martin Reeh: "Deutschland ist nur Halb-Hegemon". www.taz.de 03.01.2017.
[11] Marcel Fratzscher: Wird Europa Deutschland die Führung erlauben? www.project-syndicate.org 27.12.2016.



sabato 28 gennaio 2017

La conquista degli aeroporti greci da parte dei tedeschi di Fraport

La Commissione Europea ha dato il via libera all'acquisizione da parte dei tedeschi di Fraport delle concessioni per la gestione di 14 aeroporti regionali greci. Un pezzo molto pregiato nella svendita greca che garantirà al gruppo di Francoforte un ottimo ritorno per i prossimi 40 anni. Allo stato greco restano gli aeroporti meno redditizi e la consapevolezza di aver dovuto cedere ai tedeschi asset importanti nel turismo, uno dei pochi settori economici ancora competitivi. Da German Foreign Policy


Fra le dure proteste dei sindacati, la tedesca Fraport AG si prepara a prendere in gestione 14 aeroporti regionali greci. La concessione, per la quale Fraport aveva già ottenuto un contratto a fine 2015, trasferisce al gruppo tedesco per i prossimi 40 anni le operazioni e la gestione degli aeroporti più' redditizi. Si parla di profitti annui iniziali di oltre 90 milioni di Euro. Alle stato greco resteranno 23 aeroporti regionali, molti dei quali ampiamente in deficit, la cui gestione è particolarmente onerosa in quanto collegano isole remote con la Grecia continentale. Fra gli azionisti di Fraport c'è anche un potente oligarca greco, con cui Fraport ha collaborato sia nel caso della recente acquisizione, sia in passato nella gestione dell'aeroporto Pulkovo di S. Pietroburgo. Fraport è fra le poche aziende tedesche che ancora continuano a investire in Grecia, molte altre si sono ritirate dal paese: con la crisi i consumi sono crollati ed è difficile fare profitti interessanti. L'unico settore ancora attrattivo è il turismo, settore in cui la società Fraport pensa di ottenere profitti gestendo i voli turistici.

Sgravi fiscali

La tedesca Fraport AG a breve assumerà il controllo e la gestione di 14 aeroporti regionali greci, gli accordi per il trasferimento della concessione risalgono tuttavia al 2014 e al 2015. Il 25 novembre 2014 a Fraport era stata infatti assegnata la gestione, il 14 dicembre 2015, superando le ultime resistenze del governo Tsipras, c'è stata la firma ufficiale del contratto di concessione. A fronte di un pagamento di 1.234 miliardi di Euro e di un canone annuo, che inizialmente dovrebbe essere di 22.9 miliardi di Euro, Fraport a breve potrà prendere in gestione gli aeroporti. [1]  Il gruppo di Francoforte è riuscito ad assicurarsi condizioni contrattuali molto favorevoli. Come riportato dal giornalista Niels Kadritzke, Fraport "potrà disdire tutti i contratti di affitto e di fornitura e assegnare nuove licenze", tuttavia "le società e i ristoranti esclusi non dovranno essere indennizzati": "sarà lo stato greco a farsi carico di eventuali risarcimenti". [2] Questo vale anche per la liquidazione dei dipendenti che Fraport intenderà licenziare, e per ogni eventuale risarcimento alle vittime di incidenti sul lavoro. Atene dovrà ugualmente pagare anche nel caso in cui "eventuali ritrovamenti archeologici" dovessero rallentare i lavori di ristrutturazione, scrive il giornalista Kadritzke; il governo ha inoltre esentato Fraport da tutte le "tasse comunali e da quelle sugli immobili".

I guadagni

A ciò' si aggiunge il fatto che Fraport acquisirà solo i 14 aeroporti piu' lucrativi fra tutti i 37 aeroporti regionali. Lo stato greco mantiene un certo numero di aeroporti in costante deficit che tuttavia non possono essere chiusi perché garantiscono il collegamento di isole remote con la terraferma. Originariamente era previsto di dividere i 37 aeroporti in 2 gruppi, in modo da poter pareggiare le perdite degli aeroporti deficitari con quelli in guadagno. La Troika, sotto forte influenza tedesca, tuttavia lo ha impedito. L'agenzia greca per le privatizzazioni TAIPED, che in questo caso ha chiesto una consulenza a Lufthansa Consulting - la tedesca Lufthansa ha l'8.45% in Fraport AG - alla fine ha deciso di fare un pacchetto unico dei 14 aeroporti più' redditizi e di cederli a Fraport. Gli asset hanno garantito negli'ultimi anni profitti per 150 milioni di Euro annui. Fraport a fine 2014 aveva già comunicato di stimare un utile netto di 90 milioni di Euro annui. I restanti 23 aeroporti, molti dei quali in deficit cronico, resteranno allo stato greco, il quale si farà carico dei costi per il loro mantenimento.

Oligarchi

La Grecia non resterà tuttavia con le mani completamente vuote: Fraport AG, che a sua volta è a controllo pubblico, si è aggiudicata il contratto per la gestione dei 14 aeroporti tedeschi regionali insieme al gruppo Copelouzos, uno dei più' grandi gruppi industriali del paese. [3] Il proprietario, Dimítris Copeloúzos, è uno dei più' potenti oligarchi greci, nel 1991 insieme a Gazprom ha fondato la Prometheus Gas S.A, società per l'importazione di gas russo in Grecia. Per l'ambasciata americana di Atene, secondo un documento pubblicato anni fà da Wikileaks, Copeloúzos - a differenza di altri oligarchi greci, che hanno creato la loro ricchezza soprattutto nei rapporti con i paesi occidentali - "ha legami ampi e crescenti con la Russia e gli interessi russi". [4] Fraport collabora con lui già da molti anni all'aeroporto Pulkovo di San Pietroburgo, dove il gruppo di Francoforte ha il 35.5 %, mentre il Copelouzos Group controlla il 7%. Con l'ampliamento della collaborazione, il gruppo Fraport contribuisce a stabilizzare l'influenza del discusso oligarca greco.

I conquistatori

Il trasferimento dei 14 aeroporti regionali sotto il controllo tedesco suscita da tempo violente proteste. Cosi' il sindacato greco dell'aviazione civile OSYPA, nel gennaio e nel giugno 2016, ha indetto diversi scioperi contro l'ingresso di Fraport. In aggiunta ha presentato un ricorso presso la Commissione UE. Con il controllo dei 14 aeroporti regionali, secondo il sindacato, Fraport avrebbe di fatto un monopolio - "una posizione privilegiata nel mercato interno, che le permetterebbe di determinare i prezzi e la strategia di business indipendentemente dalle necessità degli utenti degli aeroporti regionali". Inoltre, sempre secondo il sindacato, le concessioni dovrebbero essere autorizzate solo per il tempo necessario ad ottenere profitti ragionevoli; e a Fraport per fare questo probabilmente basteranno solo 20 anni, cioè dopo appena la metà della durata dei 40 anni della concessione. Il leader del sindacato OSYPA Vasílis Alevizópoulos ha annunciato che la battaglia contro l'ingresso di Fraport è solo all'inizio. Ha poi spiegato: "non sono degli investitori, sono dei conquistatori".

[1] Es handelt sich um die Flughäfen in Thessaloniki, Chaniá (Kreta), Rhódos, Santoríni, Míkonos, Aktío (bei Préveza), Kavála, Kefaloniá, Kérkira (Korfu), Kos, Sámos, Mitilíni, Skiáthos und Zákinthos.
[2] Niels Kadritzke: Privatisierungsschwindel in Griechenland. www.monde-diplomatique.de 09.03.2016.
[3] Die Fraport AG gehört zu 31,34 Prozent dem Bundesland Hessen sowie zu weiteren 20,01 Prozent den Stadtwerken Frankfurt am Main.
[4] Dimitrios Copelouzos and the Copelouzos Group: Gazprom by any other name? wikileaks.org.
[5] Giorgos Christides: "Sie sind Eroberer, keine Investoren". www.spiegel.de 24.10.2016.